Internet e libertà d’espressione

Stati Uniti ed Unione Europea incentivano la libertà in Rete. Ma in Italia il web non è visto di buon occhio dalle istituzioni.

libertà di espressione su internet e social networkLibertà d’espressione e Internet sembra essere un binomio inscindibile. O almeno così dovrebbe essere. In effetti, è da quando il web – così come lo conosciamo noi – ha esordito negli anni ’90 che il globo intero inneggia allo “strumento più libero e democratico che c’è”. Ma sarà vero?
In questa direzione viaggiano sicuramente gli Stati Uniti, che di libertà vera o retoricamente evidenziata si fanno da sempre promotori. E’ recentissimo, ad esempio, il caso dei tre dirigenti del colosso Google condannati per violazione della privacy, dato che non bloccarono, nel 2006, le immagini di un giovane disabile aggredito in una scuola torinese su Youtube. Questo discorso potrebbe non entrarci granché, eppure dopo la sentenza l’ambasciatore americano a Roma, David Thorne, ha spiegato che gli Usa sono rimasti “negativamente colpiti dalla decisione” perché “il principio fondamentale della libertà di Internet è vitale per le democrazie”. Senza considerare poi che gli americani si oppongono da sempre ai regimi che tentano di reprimere la Rete. E il tutto è ben riassunto in un discorso tenuto lo scorso gennaio dal segretario di Stato Hillary Clinton al Newseum di Washington: “ci sono barriere e muri virtuali che vanno abbattuti, oggi, come un tempo abbiamo abbattuto i muri della repressione, e il muro di Berlino. Blog, video, messaggi, social network, hanno un ruolo fondamentale, nel diffondere verità e giustizia”. E proprio al boom dei blog si deve, quell’11 settembre 2001, la straordinaria rete di relazioni che si formò tra migliaia di cittadini alla ricerca di informazioni in prima persona e non filtrate dagli standardizzati Tg. Quella fu una data fondamentale, e gli studiosi sono concordi: nel 2001 nacque la blogosfera, l’insieme dei blog di tutto il mondo, con tutte le loro dinamiche. E continuando il discorso a proposito delle libertà, la Clinton ha poi posto l’accento su come “non serva la censura, come hanno fatto Cina, Tunisia, Arabia Saudita, Vietnam o Uzbekistan, per combattere chi usa Internet per scopi malvagi. Continueranno a esserci. Bisogna invece aumentare la sicurezza, coordinare gli sforzi contro gli hacker in grado di minacciare la nostra economia […] e i Paesi o gli individui che organizzeranno cyberattacchi dovranno affrontare delle conseguenze e la condanna internazionale”.
Insomma, dalla culla della democrazia o presunta tale, non possono che partire simili messaggi, risulta scontato. Certo, non si può dire che l’Unione Europea sia da meno. Bruxelles ha più volte ribadito che “Internet dà pieno significato alla definizione di libertà di espressione”, così come sancito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE. Certo, azioni illegali e crimini in rete bisogna “combatterli con efficacia e determinazione”, ma gli Stati membri non possono intercettare e controllare il traffico su Internet facendolo passare per lotta al crimine. Purtroppo, tali indicazioni, almeno in Italia, sembrano rimanere sempre più sull’etereo. Non è una novità che ai nostri politici la Rete non è che garbi molto, con la sua apparente anarchia, mancanza di regolamentazione e di controllo. Il fatto è che la blogosfera, i social network, diventano sempre più una fucina d’opinioni, di riflessione politica, di critica. La Rete è quindi la piena espressione del nostro articolo 21 cost., della libertà di pensiero e di esplosione del pluralismo. E non solo l’intera classe dirigente, ma anche la legislazione si stanno mostrando assolutamente impreparati a riguardo.
Avvenimenti recenti come Massimo Tartaglia e il souvenir lanciato al premier, le accuse ai “mandanti morali”, i gruppi anti-tutto su Facebook non hanno fatto altro che portare alla luce quanto poco si sappia sul web e quanto occorrerebbe aggiornarsi. A cominciare dal fatto che Internet non equivale a Facebook. E quando si punta il dito sul “terrorismo” insito nel social network più celebre, si dimentica tutto ciò che Facebook non è. Ovvero tutti quegli altri social network, forum, blog, ove gli utenti si ritrovano per commentare liberamente a proposito dell’attualità, della politica e di ogni più svariato argomento. Anche la nostra legge, però, sembra “inadeguata”. Si è discusso a lungo ad esempio, se i blog dovessero essere considerati prodotti editoriali e quindi rifarsi alla legge sulla stampa, la 47 del 1948, quella che considera un obbligo, per le testate giornalistiche, la registrazione nel tribunale di riferimento. Intanto è già anacronistico rifarsi a una legge tanto vecchia parlando di Internet e nuove tecnologie. E se è per questo, neanche la legge 62 del 2001 ha portato poi molto ordine nel vortice del web. La norma definisce i prodotti editoriali, anche quelli telematici. I proprietari di blog gridarono al bavaglio, considerata la “minaccia” della registrazione in tribunale. Eppure, si trovò un escamotage. Ovvero il non essere testate giornalistiche perché non aggiornati con periodicità.
E questo è solo ciò che riguarda i blog, ovvero i siti personali, ma i social network? Twitter, FriendFeed e la privacy? Qui si parla di controllo in Rete, quando ad esempio, su Facebook sono presenti nomi e cognomi. Alcuni storcono il naso. E a ragion veduta. Basta cercare nominativi a caso sui motori di ricerca e spuntano come funghi utenti registrati, gusti e hobby. Manna dal cielo per gli uffici marketing. E sono quei nomi e cognomi ad essere potenzialmente associabili, tra l’altro, a diffamazioni varie, che in giro per certi gruppi non si contano. Manna dal cielo per le istituzioni.
Ad ogni modo, nonostante gli interrogativi senza chiare risposte, è positiva l’opportunità per i cittadini di creare i propri circuiti, i propri gruppi d’interesse, anche critici verso i piani alti. D’altronde, l’unica cosa inequivocabile è quella, in Italia. Appellarsi all’art. 21. La critica è sacrosanta, la libertà intoccabile. Nei limiti della legge. Sperando sempre che chi deve rappresentarla ragioni un attimo di più, senza sparare a zero sul web tutto.

di Dario Campana

Fonte: Progress Online

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